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Contraccettivi di terza generazione associati ad aumento del rischio cardiovascolare
Scritto da Cristina Serra   
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Contraccettivi di terza generazione associati ad aumento del rischio cardiovascolare
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Lo studio dell’IRCCS materno infantile Burlo Garofolo di Trieste mette in evidenza effetti collaterali indotti da farmaci considerati più sicuri dei precedenti.

Trieste - Per la prima volta uno studio clinico prende in considerazione gli effetti sulla salute derivanti dall’assunzione - per almeno due mesi - di contraccettivi di terza generazione, da parte di giovani donne (età media 23 anni) non obese, e dunque non esposte a un maggior rischio cardiovascolare dovuto al sovrappeso.
La ricerca mette in evidenza che farmaci il cui principio attivo è dato da sostanze quali desogestrel e gestodene creano una condizione di infiammazione permanente che potrebbe favorire l’insorgere di malattie cardiovascolari e di tromboembolia venosa (formazione di coaguli nelle vene) in soggetti a rischio con familiarità per tali patologie. Frutto di una collaborazione tra l’IRCCS materno-infantile Burlo Garofolo di Trieste - Unità di Ostetricia e Ginecologia, Dipartimento di Scienze Riproduttive e dello Sviluppo - il Dipartimento di Scienze e Tecnologie Biomediche dell’Università di Udine e il Drexel University College of Medicine (Filadelfia), lo studio è stato pubblicato dalla rivista Obstetrics & Gynecology.
I COC, contraccettivi orali combinati di terza generazione, contengono progestinici come gestodene e desogestrel e sono divenuti il mezzo più comune di contraccezione farmacologica in Italia (94 per cento di tutte le prescrizioni di questi farmaci). Sono stati introdotti in quanto mostravano una quantità di effetti collaterali più bassa della norma e risultavano meglio tollerati dalla donna. A partire dal 1995 alcuni studi hanno suggerito che, pur restando farmaci in generale sicuri, i COC potevano provocare complicanze circolatorie come i fenomeni tromboembolici. Le malattie cardiovascolari sono diventate un problema di salute pubblica piuttosto urgente, sia per l’elevato numero di vittime che causano ogni anno in Europa e nel mondo, sia per la scarsa percezione e consapevolezza che il pubblico mostra nei loro confronti, sovrastimando invece patologie quali i tumori. A oggi sono noti diversi marcatori biologici la cui presenza o elevata concentrazione andrebbero tenute in debito conto per l’attuazione di misure di prevenzione primaria. Tra i biomarcatori meglio caratterizzati in tal senso figurano la proteina C-reattiva (CRP) - una sostanza che segnala un’infiammazione di grado moderato, quasi sempre asintomatica e dunque difficilmente individuabile - e l’aminoacido omocisteina, di cui è ben nota l’associazione fra elevata concentrazione e il rischio di trombosi venosa, disturbi cardiovascolari e malattie del sistema nervoso centrale.
Con l’obiettivo di determinare la concentrazione ematica di questi marcatori in giovani donne non obese, in relazione all’assunzione di COC, l’equipe della Struttura Complessa Clinica Ostetrico-Ginecologica del Burlo Garofolo, assieme all’Università di Udine e a colleghi americani, ha preso in esame un gruppo di 277 giovani donne, 77 delle quali facevano uso di questo tipo di contraccettivi. “Ogni donna arruolata nello studio rispondeva a caratteristiche ben precise: età fra 18 e 30 anni, fertile, non gravida né in allattamento – spiega Secondo Guaschino, direttore della Clinica Ostetrico-Ginecologica del Burlo – Da ciascuna abbiamo raccolto un campione di sangue e abbiamo quantificato le concentrazioni di CRP e omocisteina, confrontando i valori registrati nel gruppo di chi non faceva uso di contraccettivi, e di chi invece li stava assumendo da almeno due mesi”.



 

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